Corpo e Territorio - Rivista Ipotesi

 

Corpo e Territorio - Postura Naturale nella Tuscia

Articolo 1-25 Rivista Ipotesi

Ascolto – Il silenzio come bene comune

di Barbara Matteucci

Bullicame Viterbo

Immagine: https://renatoprosciutto.com/

 

Il Corpo

Viviamo in un’epoca in cui il rumore è diventato paesaggio.
Non solo quello acustico — motori, voci, notifiche — ma il frastuono mentale che riempie ogni spazio interiore. Siamo costantemente raggiunti da parole, immagini, richieste di attenzione. Eppure, dietro questo brusio collettivo, il corpo continua a parlare a bassa voce.
Solo chi rallenta può ancora udirlo.

Il silenzio non è assenza: è presenza amplificata.
Quando lo si abita davvero, ci si accorge che contiene tutto — suoni lontani, battito, respiro, pensieri che decantano. Il silenzio è un luogo, non un vuoto: un bene comune che abbiamo smesso di difendere e che oggi andrebbe custodito come l’acqua o l’aria.

La Polis

Nell’antichità il respiro era sinonimo di spirito: pneuma per i Greci, qi per i Cinesi, ruah per la tradizione ebraica. Ogni cultura riconosceva in questo moto invisibile la sostanza della vita, la soglia tra corpo e coscienza. Respirare significava partecipare al ritmo del mondo, lasciarsi attraversare dal suo soffio vitale.

Oggi, immersi in un tempo che ci vuole produttivi e costantemente reattivi, rischiamo di perdere il contatto con quella sorgente silenziosa che ci anima. Il respiro si accorcia, la mente corre, e l’attenzione — invece di fiorire — si consuma.
Viviamo come società in una sorta di iperventilazione collettiva: troppe parole, troppe immagini, troppa esposizione.

Ritrovare il respiro significa ritrovare il ritmo giusto del vivere.
A livello personale, vuol dire concedersi qualche minuto al giorno per respirare in consapevolezza prima di rispondere a un messaggio o affrontare una riunione: piccoli gesti che cambiano la qualità del pensiero.
Nelle relazioni, l’ascolto profondo si manifesta nel silenzio tra due frasi — in quella pausa in cui l’altro può sentirsi accolto e non giudicato.
Nelle città, significa proteggere luoghi e tempi in cui il rumore non abbia il sopravvento: un parco dove non tutto deve essere attività, una piazza dove si possa sostare senza comprare nulla.
E a livello collettivo, ascoltare è anche ascoltare le grida della terra: i fiumi che si prosciugano, le sorgenti che si ammalano, i suoli che respirano a fatica.

In questo senso, il silenzio è un bene politico e ambientale: un campo di rispetto da preservare. Non è passività, ma cura attiva; non isolamento, ma responsabilità.
Ascoltare davvero — una persona, un luogo, una comunità — significa restituire spazio e respiro a ciò che la fretta tende a cancellare: la complessità, la differenza, la sfumatura.

E come accade al corpo che ritrova equilibrio solo quando il respiro si fa profondo e continuo, così anche una comunità ritrova la propria salute quando è capace di alternare parola e silenzio, azione e contemplazione, decisione e ascolto.
Il silenzio non è il contrario della vita civile, ma il suo fondamento più profondo: lo spazio interiore da cui può nascere una parola vera.

Il Territorio

Le sorgenti del Bullicame, alle porte di Viterbo, sono un santuario del silenzio fluido.
L’acqua termale che ribolle dal cuore della terra racconta una storia di respiro sotterraneo e continuo: un soffio minerale che attraversa le ere.
Dante Alighieri ne parla nella Divina Commedia, e già allora quel luogo evocava mistero, purificazione, rinascita.
Oggi, quando ci si avvicina al Bullicame nelle prime ore del mattino, prima che arrivino i visitatori, si può percepire un ritmo lento e profondo: il vapore che sale, il gorgoglio sommesso dell’acqua, il silenzio che diventa voce.
In quel paesaggio termale la natura ricorda ciò che abbiamo dimenticato: che il calore, come l’ascolto, nasce dalle profondità invisibili.
Il Bullicame non è solo un luogo fisico, ma una metafora del respiro collettivo: la terra che inspira e espira, offrendo quiete a chi si ferma davvero.

E poi tornare in città. Nel parco di Prato Giardino, all’ombra dei pini e dei platani centenari, in un viale che si apre accanto alle mura di Viterbo, scopriamo un silenzio diverso — quello della pietra e dell’erba che convivono, della città che rallenta per un attimo. Qui, tra una panchina e un laghetto, il nostro passo risuona meno e ascolta di più. Non è solo camminare nel verde, è un ritorno al respiro che abita anche il selciato, le mura e gli alberi urbani.
Così come l’acqua del Bullicame insegna a restare, Prato Giardino ci invita a percepire che anche la città può essere luogo di ascolto, che la postura dell’attenzione non ha bisogno di abbandonare l’asfalto per trovare la profondità.
Camminare lentamente sotto gli alberi, fermarsi un momento al margine di un prato: sono questi i gesti che ricollocano il corpo nel suo contesto — umano, vivo, urbano — e che ci ricordano che la radice può nascere anche dentro una città che sa ascoltare.

L’Azione

Siediti per qualche minuto in un luogo tranquillo — può essere un parco, una stanza o una sorgente se ti trovi vicino al Bulicame.
Chiudi gli occhi e porta l’attenzione al respiro senza cercare di cambiarlo.
Osserva solo come entra e come esce.
Poi lascia che si allarghi: che la tua ispirazione diventi ascolto del mondo e la tua espirazione un gesto di restituzione.

Ascoltare il proprio respiro è ascoltare la vita stessa che passa attraverso di te.
È un modo per ritrovare la misura, per ricordare che la calma non è inerzia, ma precisione del sentire.

La Sintesi di Ipotesi

Il silenzio non è un lusso per pochi, ma una responsabilità di tutti.
È lo spazio dove l’umano si rigenera, dove le parole tornano ad avere peso e il corpo a essere tempio di ascolto.
Ogni comunità dovrebbe difendere i propri luoghi di quiete — naturali o interiori — come difende le proprie sorgenti d’acqua.

Perché senza silenzio non c’è ascolto e senza ascolto nessuna vera relazione, né con gli altri né con la terra. E così, come il Bullicame continua a ribollire nel suo respiro antico, anche noi possiamo imparare a custodire quel ritmo interiore che ci restituisce alla vita.

(Prossimo appuntamento: “Verticalità – L’asse tra cielo e pietra”, un viaggio tra le navate della Cattedrale di San Lorenzo e la postura del cuore.)Corpo e Territorio - Postura Naturale nella Tuscia

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Articolo 0-25 Rivista Ipotesi

Abitare il presente dal basso: radici, passi, responsabilità

di Barbara Matteucci

Sampietrino © ph Valentina Cinelli

In un tempo segnato dall'accelerazione, dal consumo rapido e dalla precarietà diffusa, la parola "radicamento" suona fuori registro. Eppure, è proprio nel corpo, nei gesti quotidiani e nella nostra relazione con il suolo che possiamo riscoprire un'ecologia del vivere alternativa. Radicarsi non è fuga nel passato, ma una pratica concreta di presenza, ascolto e responsabilità. Significa abitare il presente dal basso, letteralmente: a partire dai piedi, dalla gravità, dalla terra.

Il Corpo

Ci sono momenti in cui il corpo chiede silenzio. Non quello imposto dall’assenza di rumore, ma quello che nasce dal contatto con la terra. In un’epoca che ci vuole sempre attivi e veloci, imparare a sostare diventa un atto di resistenza.

Radicarsi non è solo un verbo della botanica: è una postura dell’anima. Significa riconoscere che la nostra esistenza ha bisogno di gravità, di peso, di un punto d’appoggio per ritrovare equilibrio.

Quando lasciamo che la fretta scivoli via, il corpo torna a essere una mappa antica: un territorio fatto di respiri, ossa e memoria. È da lì che può nascere una nuova ecologia del vivere — un’alleanza tra materia e spirito, tra l’essere umano e la sua terra. Un pensiero vicino alla riflessione di Ivan Illich, per cui il corpo è la misura originaria della libertà, capace di rispondere ai bisogni umani senza delegare tutto alla tecnica o all'economia. In questa direzione si muove anche Robin Wall Kimmerer, che intreccia sapere scientifico e saggezza indigena per restituire dignità alla relazione affettiva e percettiva tra essere umano e ambiente: un'alleanza fondata sulla gratitudine, sull'ascolto e sul rispetto per la terra come organismo vivente.

Viviamo in un tempo di instabilità, dove il radicamento sembra una parola fuori moda. La cultura della performance e del costante movimento ci porta a confondere il fare con l’essere.

Eppure, il corpo sa. Sa che non esiste crescita senza radici e che ogni slancio verso l’alto nasce da un abbandono verso il basso. La fisiologia stessa lo insegna: il respiro profondo richiede una discesa del diaframma, la verticalità si fonda su piedi che sanno cedere peso al terreno.

La Polis

Forse anche la società, come il corpo, ha bisogno di ritrovare una postura. Una postura etica.

In un tempo dominato dall'accelerazione e dall'astrazione, radicarsi è diventato un atto controcorrente. Non si tratta di chiudersi in difesa, ma di scegliere la presenza: tornare a sentire la realtà con i sensi, con la mente, con le mani.

Nel linguaggio politico, siamo abituati ad associare il cambiamento al movimento: andare avanti, superare, innovare. Ma senza radici ogni passo diventa erranza. Senza un suolo, la parola perde peso.

Radicarsi, invece, significa riconoscere da dove si parla, su quale terra si poggia la propria voce e assumersi la responsabilità delle conseguenze dei propri gesti. È un gesto politico perché restituisce spessore al legame: con la comunità, con il territorio, con la materia vivente che ci sostiene. In questo senso, il radicamento può essere letto anche alla luce di Bruno Latour, che ci invita a "atterrare o aterrarsi", ossia a ritrovare un luogo concreto su cui posizionarsi, da cui parlare, da cui agire. Non nel senso di tornare indietro, ma di radicarsi in una realtà situata, materiale, terrestre. Insomma, prendere posizione sulla Terra, come condizione di ogni azione politica concreta nell'epoca dell'Antropocene.

La società contemporanea tende a separare: mente e corpo, individuo e ambiente, locale e globale. Il radicamento è l'antidoto a questa frammentazione — non nostalgia del passato, ma cura del presente. Significa coltivare un senso di appartenenza che non è possesso, ma partecipazione; non chiusura identitaria, ma dialogo concreto con ciò che ci circonda.

Come il corpo ritrova la propria forza nel contatto col suolo, così una comunità ritrova la propria dignità nel contatto con la verità delle cose: la terra che abita, la storia che eredita, la responsabilità che assume.

Il Paesaggio

Anche il paesaggio che abitiamo — naturale o urbano che sia — ci educa alle radici.

La natura ci mostra la stabilità nascosta dietro il cambiamento, la città ci ricorda la continuità che vive nella memoria delle pietre. Camminare nel bosco o sui sanpietrini del centro di Viterbo non è poi così diverso: in entrambi i casi il corpo incontra una storia che lo precede.

Ogni passo diventa un gesto di appartenenza, una forma di dialogo con ciò che resta sotto di noi. Il Bosco del Sasseto, ad Acquapendente, è una lezione di radicamento naturale. Le sue querce secolari emergono da pietre laviche ricoperte di muschio, come se la terra stessa avesse scelto di mostrarsi viva e in movimento. Qui nulla cresce dritto, eppure tutto trova il proprio posto.

Il terreno è instabile, la luce filtra in obliquo, i passi affondano nel tappeto umido di foglie e licheni. Chi lo attraversa scopre che l'equilibrio non è affatto immobilità, ma dialogo continuo tra corpo e suolo.

E tornare poi a camminare tra i vicoli di Viterbo, sul ritmo irregolare dei sanpietrini, ci restituisce la stessa lezione: ogni passo è un incontro con la materia viva della nostra storia. È un paesaggio — naturale o urbano — che educa alla lentezza e all'umiltà, ricordando che anche noi siamo, in fondo, una forma della terra. Ogni essere vivente è un ambiente che respira, sostiene Emanuele Coccia, e l'identità non è che una forma temporanea della metamorfosi continua della materia.

L'Azione

La prossima volta che metti piede su un sentiero o in una piazza della tua città, prova a sentire il peso del corpo non come ostacolo, ma come dialogo. Sposta l’attenzione dal pensiero ai piedi. Lascia che siano loro a guidare il ritmo. Cammina senza meta per qualche minuto, come se ogni passo fosse un grazie.

Non serve fare, basta stare. In quel gesto semplice, il corpo ricorda: apparteniamo a un suolo e da quel contatto nasce la possibilità di elevarsi. È questa la postura naturale delle radici: non trattenere, ma sostenere. Una postura che, come suggerisce anche Judith Butler, non è mai solo individuale, ma relazionale: esiste solo nel contesto di una coabitazione materiale con altri corpi, altri mondi.

-*-*-*

Nel tempo del disincanto, tornare a sentire la terra sotto i piedi è un atto rivoluzionario. Ci restituisce alla nostra natura incarnata e ci ricorda che non siamo spettatori del mondo, ma parte viva del suo respiro.

Radicarsi è una politica senza slogan. Una pedagogia che parte dal basso. Un'etica del peso.

E proprio per questo, un'ipotesi necessaria per abitare con dignità il nostro tempo.

Riferimenti bibliografici

  • Ivan Illich, Nemesi medica. L'espropriazione della salute, Red Edizioni, 2001 (orig. Medical Nemesis, 1976)
  • Bruno Latour, Dove sono? Come orientarsi in politica, Raffaello Cortina Editore, 2018 (orig. Où atterrir ?, 2017)

·        Bruno Latour, Dopo il lockdown: una politica del terrestre (2021, Raffaello Cortina)

  • Judith Butler, L’alleanza dei corpi. Note per una teoria performativa dell’azione collettiva, Raffaello Cortina Editore, 2017 (orig. Notes Toward a Performative Theory of Assembly, 2015)
  • Judith Butler, La forza della nonviolenza (2020, Raffaello Cortina)
  • Robin Wall Kimmerer, Braiding Sweetgrass: Indigenous Wisdom, Scientific Knowledge and the Teachings of Plants (2020 ed. Penguin)
  • Emanuele Coccia, Metamorfosi (2022, Einaudi)

(Prossimo appuntamento: “Ascolto – Il silenzio come bene comune.”)


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