Il movimento come medicina quotidiana nel Parkinson
Muoversi è una
delle cose più potenti che puoi fare nel Parkinson. Non perché “cancella” la
malattia, ma perché cambia la traiettoria della giornata: mantiene allenati i
circuiti del movimento, riduce la rigidità, sostiene l’umore, migliora la sicurezza.
E soprattutto ti restituisce una sensazione chiave: “posso ancora agire sul mio
corpo”.
Negli ultimi anni le
neuroscienze hanno chiarito sempre meglio una cosa: l’esercizio non lavora solo
sui muscoli. Lavora sul cervello. E nel Parkinson questo vale doppio: il
movimento è un modo concreto per “nutrire” i circuiti che ti servono per
camminare, girarti, alzarti, iniziare un gesto, mantenere il ritmo. Per questo
si parla sempre più di esercizio come “pilastro” della riabilitazione.
In questo articolo ti
spiego perché il movimento aiuta (anche quando i sintomi non sembrano
“collaborare”), come usarlo in modo motivante e sicuro, e come un caregiver può
fare la differenza senza trasformarsi in un “controllore”.
Il cervello del Parkinson non
“si rompe”: cambia. E può allenarsi
Nel Parkinson alcuni
circuiti diventano meno efficienti (soprattutto quelli che gestiscono
automatismi, avvio del movimento, ampiezza e ritmo). Ma il sistema nervoso ha
una qualità preziosa: la neuroplasticità, cioè la capacità di
riorganizzarsi con l’esperienza.
L’esercizio fisico è
uno degli stimoli più forti per attivare neuroplasticità:
- aumenta fattori neurotrofici legati
all’apprendimento e alla salute neuronale (come il BDNF);
- sostiene i meccanismi di adattamento dei
circuiti motori e può influenzare positivamente la funzione dopaminergica
e la rete striato-corticale (in vari studi e modelli);
- migliora molte dimensioni cliniche:
sintomi motori, cammino, equilibrio, capacità aerobica e diversi sintomi
non motori, soprattutto nelle fasi iniziali e intermedie.
Tradotto nella vita
quotidiana: ogni volta che ti
muovi bene (anche pochi minuti), stai mandando al cervello un messaggio
ripetuto: “questo schema mi serve, rendilo più disponibile”.
Una frase
vera (da tenere a portata): “Io
non sto facendo ginnastica. Sto allenando i circuiti che mi aiutano a vivere
meglio.”
I benefici: cosa può cambiare
oggi, tra due settimane, tra tre mesi
Uno dei motivi per cui
molte persone mollano è che cercano un risultato immediato e “visibile”. In
realtà il movimento lavora su tempi diversi:
Dopo una singola
seduta (oggi):
- ti senti più “sciolto” (riduzione
transitoria della rigidità)
- il respiro si allarga, cala l’allarme
interno
- cammini spesso un po’ meglio perché trovi
ritmo e ampiezza
Dopo 10–14 giorni
(se sei regolare):
- migliori la fiducia nelle transizioni
(alzarti, partire, girarti)
- hai più resistenza e meno fatica nelle
attività quotidiane
- inizi a riconoscere quali strategie ti
sbloccano
Dopo 8–12
settimane:
- più equilibrio e sicurezza
- più capacità aerobica, forza e tolleranza
allo sforzo
- spesso migliore qualità del sonno e
dell’umore
- maggiore “automaticità” di alcuni schemi,
perché li hai ripetuti tante volte
Le linee guida e molti studi scientifici convergono su un punto
pratico: non serve essere atleti, ma serve costruire continuità e varietà
(aerobico, forza, equilibrio, mobilità).
Il “dosaggio” che funziona:
quanto, che tipo, con quale logica
Le raccomandazioni più
diffuse (Parkinson’s Foundation/ACSM) indicano come obiettivo 150 minuti a
settimana di attività moderata–vigorosa, distribuita e combinata con esercizi
di forza, equilibrio/agilità e mobilità/stretching.
Non è un numero per
giudicarti. È una bussola. E si può raggiungere anche così:
- 15 minuti × 2 giorni
(30 min)
- 20 minuti × 3 giorni
(60 min)
- 30 minuti × 2 giorni
(60 min)
= 150 minuti
E soprattutto: meglio
poco ma regolare, che tanto e poi niente per dieci giorni.
Le 4 famiglie di
movimento (la “dieta” del sistema nervoso):
- Aerobico (cammino sostenuto, cyclette, danza): aiuta resistenza, passo,
energia
- Forza (gambe, anche, tronco): sostiene postura, stabilità, autonomia
- Equilibrio / agilità / multitasking (in sicurezza): riduce rischio di caduta,
allena cambi di direzione
- Mobilità / stretching / respiro: riduce rigidità percepita e prepara al
gesto
Il principio
più importante: Allenare ampiezza
+ ritmo + attenzione vale spesso più di “fare fatica”.
Motivazione
realistica: come fare anche nei giorni “no”
Nel Parkinson la
motivazione non è solo psicologia: è neurobiologia. Ci sono giorni in cui
iniziare è più difficile perché il sistema dell’avvio del movimento è meno
disponibile. Quindi la domanda non è “perché non ho forza di volontà?”, ma:
“Qual è la versione
più piccola di movimento che oggi mantiene aperta la strada?”
Prova queste 5 leve
(molto pratiche):
- Abbassa la soglia
d’ingresso (la regola dei 2 minuti)
“Faccio solo 2 minuti.” Spesso, iniziando, il corpo si “accende” e continui. - Fai un patto con il
ritmo, non con la prestazione
Obiettivo: ritmo regolare, non esercizio perfetto. - Aggancia il
movimento a un’abitudine già certa
Dopo il caffè, dopo il telegiornale, prima della doccia: il cervello ama le “ancore”. - Usa segnali esterni (cueing)
Musica ritmica, contare a voce, una linea sul pavimento: nel Parkinson spesso funzionano perché bypassano l’automatismo inceppato. - Segna ciò che fai
(senza ossessione)
Una X sul calendario è un rinforzo potente: “io sono una persona che si allena”.
Sicurezza a casa: trasformare
l’ambiente in un alleato
Allenarsi a casa è
ottimo, ma la sicurezza non è “paura”: è strategia.
Set minimo
consigliato:
- una sedia stabile con schienale
- un punto di appoggio (parete libera,
corrimano, tavolo robusto)
- scarpe chiuse e stabili (se fai esercizi
in piedi)
- luce buona, tappeti fissati o rimossi,
passaggi liberi
Quando muoversi (se
prendi terapia dopaminergica): spesso è più facile e sicuro durante i periodi “on”, quando il farmaco è
efficace.
Regola del semaforo
(da tenere anche in Appendice):
- Verde: lieve fatica, tensione “buona”, respiro più libero → continua
- Giallo: instabilità, tremore che aumenta molto, fastidio crescente →
rallenta/modifica
- Rosso: dolore acuto, vertigine forte, cedimento → stop e segnala al
fisioterapista/medico
Il caregiver come
“co-regolatore”: presenza, ritmo, autonomia
Un caregiver può
essere la differenza tra “provarci ogni tanto” e “costruire continuità”. Ma
attenzione: l’obiettivo non è aiutare di più. È aiutare meglio.
Nel Parkinson, una
parte della difficoltà è il carico di attenzione necessario per muoversi. Il
caregiver può offrire tre cose semplici e potentissime:
- Struttura
Un orario, un posto, un rituale breve (“prima respiro, poi mi muovo”). - Ritmo
esterno
Contare insieme, battere un tempo leggero, usare una musica: spesso stabilizza passo e transizioni. - Calma
Quando compare freezing o paura, la cosa migliore è ridurre fretta e pressione. “Ci fermiamo. Respiriamo. Usiamo una strategia.”
Cosa dire (e cosa evitare)
Meglio: “Facciamo la versione facile.” “Ti seguo col ritmo.” “Ripartiamo
con calma.”
Da evitare: “Dai, non è niente.” “Sbrigati.” “Se vuoi puoi.” (perché
suona come colpa quando non riesce)
Un punto cruciale: il caregiver non dovrebbe “tirare” o
anticipare tutto. Troppa assistenza può togliere iniziativa e ridurre
l’allenamento dell’autonomia. Meglio: presenza, sicurezza, pochi cues chiari.
Un patto gentile: movimento come
identità (non come obbligo)
Questo è il cuore
motivazionale, senza retorica.
- Il movimento non è un test.
- Non devi “vincere” sul Parkinson.
- Devi continuare a scegliere un gesto che
ti mantiene in relazione con il corpo.
Se oggi puoi fare
poco, fai poco. Ma fallo con dignità. Perché la regolarità non è disciplina: è
cura.
Quando fermarsi e chiedere una
guida
Interrompi e segnala
se compaiono:
- dolore acuto o “a scossa”;
- vertigini importanti;
- instabilità nuova o peggiorata;
- formicolii nuovi, debolezza insolita.
Chiedi al
fisioterapista (meglio se esperto di Parkinson) se:
- dopo 10–14 giorni non noti alcun beneficio
pratico (anche minimo);
- hai cadute o quasi-cadute;
- vuoi aumentare intensità o introdurre
lavoro più sfidante in sicurezza.
Le linee guida di
gestione fisioterapica nel Parkinson sottolineano l’importanza di un intervento
personalizzato e progressivo.
Conclusione
Se dovessi lasciare una sola idea, è questa: il movimento è uno dei modi più concreti per proteggere la persona dentro la malattia.
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