Ulisse-Penelope: oltre il viaggio dell’eroe dalla separazione alla generatività

 

Articolo scritto per il numero settembre della rivista IPOTESI)

Per molto tempo ho provato una certa avversione per l’Odissea. Non per la bellezza del poema, naturalmente, ma per il modello umano che mi sembrava rappresentare e che per secoli abbiamo continuato a celebrare quasi senza metterlo in discussione.

Da una parte Ulisse, l’eroe: intelligente, astuto, curioso, libero di partire, attraversare il mondo, combattere, incontrare popoli sconosciuti, affrontare mostri e divinità, conoscere altre donne, perdersi e salvarsi. Dall’altra Penelope, che rimane a Itaca, tesse e disfa, custodisce la casa e il matrimonio per vent’anni. A lui l’avventura; a lei l’attesa.

Per anni ho visto in questa coppia una rappresentazione quasi perfetta dell’ordine patriarcale. Ulisse mi appariva come uno dei grandi antenati simbolici dell’uomo occidentale: il conquistatore, l’esploratore, colui al quale è concesso allontanarsi perché da qualche parte una donna mantiene intatto il luogo del ritorno. Penelope, al contrario, mi sembrava la donna ideale per quel sistema: fedele, paziente, capace di sacrificare il proprio viaggio per custodire quello dell’uomo.

È una lettura severa, ma non priva di fondamento. La classicista Emily Wilson, riflettendo sulle donne dell’Odissea, invita a non trasformare troppo facilmente Penelope in un’eroina emancipata: è intelligente, tenace, capace di astuzia e resistenza, ma le possibilità che il suo mondo le concede restano incomparabilmente più ristrette di quelle di Ulisse. Non credo quindi che per riscoprire l’Odissea sia necessario cancellare il patriarcato nel quale nasce. Semmai, occorre attraversarlo.

A un certo punto, però, mi sono accorta che forse era la domanda a essere sbagliata. Continuavo a chiedermi con chi dovessi identificarmi: con Ulisse oppure con Penelope? La risposta era sempre la stessa: con nessuno dei due. Finché la domanda è cambiata. E se non dovessimo scegliere? Se Ulisse e Penelope fossero, simbolicamente, due dimensioni inseparabili presenti nello stesso essere umano? Da lì il poema ha cominciato ad apparirmi diverso.

Dal viaggio di Ulisse al viaggio dell’essere umano

Siamo abituati a considerare l’Odissea una delle grandi rappresentazioni del viaggio dell’eroe. Nel modello reso celebre nel Novecento da Joseph Campbell, l’eroe lascia il mondo conosciuto, attraversa una soglia, affronta prove e incontri, entra nell’ignoto e ritorna trasformato.

Ma chi è davvero l’eroe? Se rispondiamo automaticamente “Ulisse”, rischiamo di far coincidere il viaggio umano con una sola modalità della trasformazione: partire, agire, superare ostacoli, conquistare, tornare. È una possibilità, non l’unica. Forse il limite non sta nell’idea del viaggio dell’eroe, ma nell’aver riconosciuto come eroico soprattutto ciò che si muove verso l’esterno.

Penelope non è immobile

Una parte importante della critica contemporanea ha già contribuito a liberarci dall’immagine troppo semplice della Penelope passiva. Barbara Clayton, per esempio, ha letto il tessere e disfare come una vera forma di creazione narrativa. Penelope non è soltanto il punto verso cui tende il viaggio di Ulisse: anche lei costruisce trame, strategie, possibilità.

Il suo movimento, semplicemente, avviene altrove. Ulisse percorre lo spazio; Penelope attraversa il tempo. Lui incontra mari, isole e mondi sconosciuti; lei attraversa vent’anni di assenza, dubbio, pressione sociale, desiderio, memoria e attesa. Ulisse deve trovare il modo di sopravvivere a ciò che incontra; Penelope deve trovare il modo di non essere trascinata nella vita che altri hanno deciso per lei.

E poi c’è la tela. Di giorno tesse, di notte disfa, e ricomincia. È difficile non riconoscere in questo gesto qualcosa che appartiene anche alla vita psichica: costruiamo un’immagine di noi, l’esperienza la modifica, alcuni fili cedono, altri vengono ripresi. La trasformazione non procede soltanto avanzando. A volte avviene proprio in questo lavoro silenzioso di tessitura e ritessitura.

Ulisse-Penelope: avventura e centro

Le letture junghiane dell’Odissea permettono un ulteriore passaggio. Carol Leader propone di considerare i personaggi del mito come rappresentazioni di aspetti differenti della stessa psiche: il viaggio di Ulisse può così essere letto come un processo di individuazione e il ricongiungimento con Penelope come una coniunctio, un incontro tra polarità che cercano una nuova unità.

È una prospettiva che mi interessa, ma vorrei spostare ancora un poco il punto di vista. Anche in molte letture psicologiche, infatti, il soggetto del viaggio rimane Ulisse: è lui che parte, incontra il femminile e infine integra ciò che Penelope rappresenta. Io vorrei provare a cambiare il soggetto della frase. Non Ulisse che integra Penelope, ma Ulisse-Penelope che compie il viaggio.

Propongo di chiamare Ulisse-Penelope questa unità simbolica. Ulisse è la parte che si espone al mondo, rischia, desidera, si perde e cambia. Penelope è la parte che custodisce, discrimina, ricorda, integra e mantiene un filo con il centro. Non intendo maschile e femminile come qualità appartenenti rispettivamente a uomini e donne, ma come due movimenti dell’esperienza umana: uno ci porta verso ciò che ancora non conosciamo, l’altro impedisce che l’esperienza diventi semplice dispersione.

Qui mi torna in mente Pietro Del Soldà. In La vita fuori di sé. Una filosofia dell’avventura, riprendendo Georg Simmel, descrive il paradosso di un’avventura che ci porta fuori dalla continuità abituale della vita e, proprio per questo, «gravita attorno al centro della nostra esistenza». L’avventura è eccentrica, ma può avvicinarci a qualcosa di molto intimo, facendo emergere desideri e inclinazioni che la vita ordinaria lascia in ombra.

Questa idea mi aiuta a guardare diversamente anche Penelope. Non più soltanto colei che resta a casa, ma la persistenza del centro mentre l’avventura accade. Il filo che tesse può diventare, simbolicamente, ciò che consente a Ulisse di andare lontano senza trasformare il viaggio in dispersione. Non partiamo lasciando semplicemente il centro alle spalle: se il viaggio è davvero trasformativo, il centro cambia con noi e continua a interrogarci.

Il patriarcato come separazione

Questa lettura mi riporta alla questione da cui ero partita. Forse uno degli effetti più profondi del patriarcato è stato anche quello di distribuire rigidamente funzioni che appartengono all’umano: all’uomo il viaggio, l’azione, l’autonomia; alla donna la custodia, l’attesa, la cura, la casa. Il risultato non impoverisce soltanto le donne. Separa anche gli uomini da una parte di sé.

Elena Rausa ha sottolineato la necessità di una relazione viva tra maschile e femminile archetipici, non soltanto tra uomini e donne reali ma nella stessa vita psichica. La mia ipotesi è che l’integrazione cominci quando smettiamo di pensare Ulisse e Penelope come due destini assegnati e riconosciamo in noi entrambe le possibilità: andare e custodire.

Il riconoscimento, il ritorno e la nuova partenza

In questa prospettiva, la scena del riconoscimento finale assume un significato particolare. Penelope non accoglie semplicemente l’uomo che sostiene di essere suo marito: lo mette alla prova. E la prova riguarda il loro letto, costruito intorno a un ulivo vivo, radicato nella terra.

Dopo un poema dominato dal mare, dalle navi e dallo spostamento, il riconoscimento passa attraverso qualcosa che non può essere spostato. Ulisse viene riconosciuto perché conosce la radice. Il suo ritorno, allora, non coincide soltanto con l’arrivo a Itaca: è il momento in cui il movimento ritrova ciò che lo fonda.

Ma proprio quando ci aspetteremmo la conclusione, il poema apre di nuovo il cammino. Ulisse riferisce a Penelope la profezia di Tiresia: dovrà ripartire. Letta soltanto sul piano dei ruoli, la scena può sembrare la replica dello stesso schema: lui torna e subito se ne va, lei resta ancora. Sul piano simbolico che sto proponendo, però, la nuova partenza può significare altro.

Dopo il riconoscimento, Ulisse e Penelope non sono più due poli estranei. Ulisse riparte portando con sé ciò che Penelope rappresenta; Penelope, a sua volta, non è più soltanto la donna lasciata a Itaca. Naturalmente non sto negando la realtà affettiva dell’abbandono: qui parlo dell’immagine archetipica. In questa immagine, la distanza appartiene allo spazio, non necessariamente all’unità interiore.

Itaca può allora diventare qualcosa di più di un luogo geografico: una condizione che il viaggio ha interiorizzato. Il primo Ulisse deve ancora imparare che cosa significhi tornare; il secondo può ripartire sapendo che il ritorno non dipende soltanto dalla distanza percorsa. Casa e viaggio smettono di essere termini incompatibili.

Dal remo al ventilabro

È qui che la profezia di Tiresia mi sembra offrire l’immagine più sorprendente. Ulisse dovrà prendere un remo sulle spalle e camminare tanto lontano dal mare da incontrare uomini che non conoscono la navigazione. Uno di loro scambierà quel remo per un ventilabro, una pala usata per vagliare il grano.

Nella lettura simbolica che propongo, il passaggio è potente. Il primo viaggio di Ulisse viene dalla guerra di Troia e porta con sé navi, armi, inganni, conflitto. Il secondo lo conduce verso la terra. E soprattutto mette lo stesso oggetto sotto uno sguardo diverso: ciò che per il navigatore serve ad andare lontano, per l’uomo della terra appartiene al lavoro del grano e del nutrimento.

Il remo non cambia materialmente; cambia significato. Ed è proprio questo che mi interessa. La forza del viaggio non deve essere cancellata, ma può maturare. L’intelligenza che serviva a salvarsi o a ingannare può diventare discernimento; l’energia della conquista può essere riconvertita in capacità di coltivare.

Il ventilabro, poi, non serve a seminare: serve a separare il grano dalla pula. Dopo aver attraversato il mondo, forse la saggezza consiste anche nel saper vagliare l’esperienza: riconoscere ciò che nutre, lasciare ciò che non serve più. Non accumulare indefinitamente avventure, ma dare loro un senso.

Dalla separazione alla generatività

È qui che, ai miei occhi, il viaggio dell’eroe cambia davvero. All’inizio dell’Odissea il mondo porta ancora il segno della separazione: Ulisse è lontano, Penelope resta; la guerra ha diviso e il mare continua a dividere. Nel secondo viaggio intravedo invece un’altra possibilità: non la vittoria di un polo sull’altro, ma la loro trasformazione reciproca.

Il mare incontra la terra. Il remo può essere visto come uno strumento agricolo. Ulisse può portare Penelope con sé senza che Penelope debba seguirlo fisicamente; Penelope può custodire il centro senza essere condannata all’immobilità. La domanda, allora, non è più soltanto chi prevale, ma che cosa può nascere dall’incontro.

Forse è questo il punto in cui riesco finalmente a riconciliarmi con il viaggio dell’eroe. Non devo identificarmi con l’uomo che parte mentre la donna aspetta, né trasformare retroattivamente Penelope in un’eroina moderna. Posso mantenere lo sguardo critico sul mondo patriarcale del poema e, nello stesso tempo, lasciare che il mito produca un’altra ipotesi.

Il vero soggetto del viaggio, simbolicamente, potrebbe essere Ulisse-Penelope: la tensione viva tra ciò che esplora e ciò che custodisce, tra il desiderio dell’ignoto e la fedeltà a un centro, tra la necessità di cambiare e quella di non disperdersi.

E allora la maturità dell’eroe non coincide necessariamente con il diventare più forte. Comincia quando la forza usata prima per combattere impara anche a nutrire; quando l’avventura non serve più soltanto ad andare oltre, ma a riportare nel mondo qualcosa che possa essere coltivato.


L’eroe incontra la saggezza quando la forza usata per combattere 

diventa forza capace di nutrire la vita.


Riferimenti bibliografici

OmeroOdissea, in particolare libri XI e XXIII.

Joseph CampbellL’eroe dai mille volti, Lindau, 2016 (ed. orig. The Hero with a Thousand Faces, 1949).

Barbara ClaytonA Penelopean Poetics: Reweaving the Feminine in Homer’s Odyssey, Lexington Books, 2004.

Carol LeaderThe Odyssey – A Jungian Perspective: Individuation and Meeting with the Archetypes of the Collective Unconscious, British Journal of Psychotherapy, 25(4), 2009, pp. 506–519.

Pietro Del SoldàLa vita fuori di sé. Una filosofia dell’avventura, Marsilio, 2022.

Elena RausaPenelope e le altre. Parte seconda, La Ricerca – Loescher, 21 dicembre 2021.

Emily WilsonA Translator’s Reckoning With the Women of the Odyssey, The New Yorker, 8 dicembre 2017.

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