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Quando il bosco diventa una medicina per il corpo, il cervello e l’anima

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La Palanzana - Viterbo C’è qualcosa che molti di noi hanno sperimentato almeno una volta nella vita. Usciamo da casa stanchi, agitati o preoccupati. Camminiamo per un’ora in un bosco, lungo un sentiero di campagna o sulla riva del mare. Non succede nulla di straordinario. Non risolviamo i nostri problemi. Non riceviamo notizie importanti. Eppure, quando torniamo, ci sentiamo diversi. La mente è più quieta. Il respiro più ampio. Le spalle meno contratte. I pensieri meno ingombranti. Perché accade? È solo una sensazione soggettiva oppure esiste una spiegazione scientifica? Negli ultimi decenni numerose ricerche hanno iniziato a confermare ciò che molte tradizioni antiche avevano intuito da tempo: il contatto con la natura non è un semplice passatempo, ma una necessità biologica profondamente radicata nella nostra storia evolutiva. Un cervello nato all’aperto Per quasi tutta la sua esistenza, l’essere umano ha vissuto immerso in ambienti naturali. Le città, gli schermi, il tr...

Parkinson e microbioma: quando l’intestino racconta qualcosa del cervello

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  Negli ultimi anni la ricerca sul Parkinson sta cambiando prospettiva. Per molto tempo abbiamo pensato a questa malattia soprattutto come a un disturbo del movimento: tremore, rigidità, lentezza, difficoltà nel cammino. Oggi sappiamo sempre di più che il Parkinson è anche una malattia sistemica, che coinvolge il sonno, l’umore, l’intestino, il sistema nervoso autonomo e la qualità della vita molto prima che i sintomi motori diventino evidenti. Un nuovo studio pubblicato su  Nature Medicine  porta un tassello importante in questa direzione: il microbioma intestinale, cioè il patrimonio genetico dei microrganismi che abitano il nostro intestino, potrebbe contenere segnali precoci associati al rischio e alla progressione della malattia di Parkinson.  Lo studio internazionale La ricerca, firmata come prima autrice da  Elisa Menozzi , ricercatrice italiana del Queen Square Institute of Neurology di Londra, fa parte del progetto internazionale  Parkinson Microbi...

Alzheimer e farmaci anti-beta amiloide: cosa dice davvero la scienza oggi?

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Per anni sono stati presentati come la possibile svolta nella cura dell’Alzheimer: farmaci capaci di “ripulire” il cervello dalle placche di beta-amiloide, una delle principali alterazioni osservate nella malattia. Negli ultimi mesi, però, una grande revisione scientifica della Cochrane Library ha riaperto il dibattito con una domanda molto concreta: eliminare l’amiloide dal cervello migliora davvero la vita delle persone con Alzheimer? La risposta, almeno allo stato attuale delle evidenze, è più complessa e meno entusiasmante di quanto molti sperassero. La nuova revisione Cochrane: il punto sulle evidenze Nel 2026 la Cochrane Library ha pubblicato una grande revisione sistematica e meta-analisi sugli anticorpi monoclonali anti-beta amiloide utilizzati nelle fasi iniziali della malattia di Alzheimer.   Sono stati analizzati: 17 studi clinici randomizzati oltre 20.000 partecipanti pazienti con: Mild Cognitive Impairment (MCI) demenza lieve da Alzheimer.   Tr...