L’importanza dell’orientamento: perché il cervello ha bisogno di sapere dove si trova



Negli ultimi mesi le cronache hanno riportato diversi episodi di escursionisti, subacquei e navigatori che si sono trovati in gravi difficoltà dopo aver perso l’orientamento.

A prima vista potrebbe sembrare un problema limitato a chi esplora ambienti estremi. In realtà l’orientamento è una funzione fondamentale per ogni essere umano.

Il nostro cervello è costantemente impegnato a rispondere a una domanda molto semplice:

Dove mi trovo?

Da questa risposta dipendono la sicurezza, il movimento, l’equilibrio, l’attenzione e persino il benessere emotivo.

L’orientamento nasce prima della nascita

Molto prima di imparare a camminare, il sistema nervoso del feto utilizza informazioni spaziali per organizzare lo sviluppo del corpo.

Durante la crescita embrionale ogni cellula deve sapere dove si trova e in quale direzione svilupparsi.

Destra e sinistra, alto e basso, davanti e dietro non sono concetti che apprendiamo dopo la nascita: sono coordinate biologiche che guidano la formazione dell’organismo.

Anche dopo la nascita il bambino costruisce progressivamente mappe sempre più complesse.

Impara a distinguere il proprio corpo dall’ambiente.

Impara a raggiungere un oggetto.

Impara a orientarsi nello spazio della stanza, della casa e successivamente del quartiere.

L’orientamento rappresenta quindi una delle funzioni fondamentali attraverso cui il cervello costruisce la relazione con il mondo.

Il GPS biologico del cervello

Negli anni Settanta il neuroscienziato americano John O’Keefe scoprì nell’ippocampo particolari neuroni che si attivano quando ci troviamo in una determinata posizione nello spazio.

Successivamente i ricercatori norvegesi May-Britt Moser e Edvard Moser identificarono altre cellule coinvolte nella navigazione spaziale.

Queste strutture funzionano come una sorta di GPS biologico.

Il cervello costruisce continuamente mappe interne dell’ambiente e aggiorna la nostra posizione rispetto a punti di riferimento esterni.

Ogni volta che entriamo in una stanza, percorriamo una strada o camminiamo in un bosco, questo sistema è al lavoro.

L’orientamento non è quindi un’attività occasionale ma una funzione permanente del sistema nervoso.

Quando perdiamo l’orientamento aumenta lo stress

Dal punto di vista evolutivo, perdere l’orientamento rappresentava una situazione potenzialmente pericolosa.

Un individuo che non sapeva più dove si trovava aveva maggiori probabilità di non trovare acqua, cibo o riparo.

Per questo motivo il disorientamento attiva rapidamente i sistemi di allerta.

Aumenta la vigilanza.

Aumenta la frequenza cardiaca.

Si restringe il campo attentivo.

La persona tende a percepire un senso crescente di incertezza.

Chiunque abbia sperimentato il disorientamento in montagna, in una città sconosciuta o persino in un grande centro commerciale conosce questa sensazione.

Il cervello non ama l’incertezza spaziale.

Orientamento e postura

L’orientamento non riguarda soltanto la geografia.

Riguarda anche il corpo.

Per mantenere una postura stabile il sistema nervoso deve integrare continuamente informazioni provenienti da tre sistemi:

  • vista;
  • apparato vestibolare dell’orecchio interno;
  • propriocettori di muscoli e articolazioni.

Questi tre sistemi collaborano per rispondere a una domanda essenziale:

Dove si trova il mio corpo nello spazio?

Quando una delle informazioni viene meno, l’equilibrio peggiora.

È il motivo per cui camminare al buio risulta più difficile.

È il motivo per cui una vertigine può provocare instabilità.

Ed è anche il motivo per cui molti programmi riabilitativi moderni dedicano grande attenzione all’orientamento visivo e spaziale.

Il Parkinson e la perdita delle coordinate

Nelle persone con Parkinson il problema dell’orientamento assume un’importanza particolare.

Il cervello fatica progressivamente a utilizzare alcuni automatismi motori.

Azioni apparentemente semplici come iniziare a camminare, girarsi o attraversare una porta possono diventare più difficili.

Molti episodi di freezing sembrano essere influenzati proprio dalla gestione delle informazioni spaziali.

Non è un caso che numerose strategie riabilitative utilizzino riferimenti esterni:

  • linee sul pavimento;
  • segnali visivi;
  • marcatori sonori;
  • obiettivi ben definiti nello spazio.

Questi elementi aiutano il cervello a ricostruire una mappa più chiara dell’ambiente e facilitano il movimento.

Perché la natura aiuta

Gli ambienti naturali offrono una grande quantità di punti di riferimento.

L’orizzonte.

Gli alberi.

I sentieri.

La posizione del sole.

Le variazioni del terreno.

Camminare in natura significa allenare continuamente il sistema di orientamento.

Non soltanto dal punto di vista fisico ma anche cognitivo.

Alcuni studi suggeriscono che il contatto con ambienti naturali migliori l’attenzione e riduca l’affaticamento mentale proprio perché il cervello può utilizzare riferimenti spaziali più ricchi e coerenti rispetto a molti ambienti artificiali.

Orientarsi significa sentirsi al sicuro

Negli ultimi anni le neuroscienze hanno evidenziato quanto la percezione di sicurezza sia fondamentale per il benessere umano.

Sapere dove siamo.

Sapere dove andare.

Sapere come tornare.

Riconoscere punti di riferimento affidabili.

Tutto questo contribuisce a creare una sensazione di stabilità.

In fondo l’orientamento non riguarda soltanto il movimento.

Riguarda il rapporto tra il cervello e il mondo.

Ogni volta che costruiamo una mappa chiara dell’ambiente, il sistema nervoso può dedicare meno energie alla sopravvivenza e più energie all’esplorazione, all’apprendimento e alla relazione.

Per questo l’orientamento non è una capacità secondaria.

È una delle funzioni più profonde e antiche attraverso cui l’essere umano si sente a casa nel proprio corpo e nel mondo che lo circonda.


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