Perché le persone con Parkinson si bloccano davanti a una porta? Cosa ci insegna il freezing sul funzionamento del cervello



Immaginate di voler attraversare una porta.

Lo avete fatto migliaia di volte nella vostra vita. Non ci pensate nemmeno.

Vi avvicinate, passate attraverso l’apertura e proseguite il cammino.

Per molte persone con Parkinson, invece, quel semplice gesto può trasformarsi improvvisamente in una sfida.

I piedi sembrano incollati al pavimento.

Il corpo vorrebbe andare avanti ma le gambe non rispondono.

Passano alcuni secondi, a volte pochi istanti, altre volte molto di più.

Poi il movimento riparte.

Questo fenomeno è chiamato freezing della marcia e rappresenta uno dei sintomi più particolari e frustranti del Parkinson.

Ma perché accade?

E perché compare spesso proprio davanti a una porta, in un corridoio stretto o in prossimità di un ostacolo?

Quando il pilota automatico smette di funzionare

Nel cervello esistono sistemi che ci permettono di eseguire molti movimenti senza pensarci.

Camminare.

Girarsi.

Attraversare una stanza.

Salire un gradino.

Queste azioni sono in gran parte gestite dai gangli della base, strutture profonde del cervello particolarmente coinvolte nel Parkinson.

Quando queste strutture funzionano correttamente, il movimento procede in modo fluido e automatico.

Quando invece la malattia interferisce con questi circuiti, il cervello deve utilizzare strategie alternative, più lente e più dispendiose.

In pratica, ciò che prima era automatico richiede una quantità crescente di attenzione.

Il cervello deve continuamente orientarsi

Per comprendere il freezing dobbiamo introdurre un concetto spesso sottovalutato:

camminare significa orientarsi.

Ogni passo richiede che il cervello sappia:

  • dove si trova il corpo;
  • dove vuole andare;
  • quali ostacoli sono presenti;
  • quanto spazio è disponibile.

Normalmente queste operazioni avvengono in modo rapidissimo.

La porta viene riconosciuta.

Lo spazio viene valutato.

Il movimento viene adattato.

Tutto in pochi istanti.

Nel Parkinson questo processo può diventare più difficile.

La porta non è più soltanto una porta.

Diventa un problema da risolvere.

Perché il freezing compare davanti alle porte?

Le porte rappresentano uno dei contesti più frequenti in cui compare il freezing.

Esistono diverse spiegazioni.

La prima è che la porta costringe il cervello a ricalcolare il movimento.

Lo spazio si restringe.

Bisogna modificare leggermente la traiettoria.

Bisogna controllare con maggiore precisione la posizione del corpo.

Questo aumenta il carico di elaborazione.

La seconda spiegazione riguarda l’attenzione.

Molte persone con Parkinson utilizzano l’attenzione cosciente per compensare le difficoltà dei circuiti automatici.

Quando l’attenzione viene sovraccaricata, il sistema può andare temporaneamente in crisi.

È come se il cervello avesse troppe informazioni da gestire contemporaneamente.

Il freezing non è una paralisi

Uno degli aspetti più sorprendenti del freezing è che il movimento non è realmente impossibile.

Se fosse una paralisi, la persona non potrebbe muoversi.

Invece spesso accade qualcosa di curioso.

Basta una linea sul pavimento.

Un ritmo musicale.

Una voce che scandisce il passo.

Un piccolo ostacolo da superare.

E il movimento riparte.

Questo ci mostra che il problema non è la forza muscolare.

Il problema riguarda il modo in cui il cervello organizza e avvia il movimento.

Perché le linee sul pavimento funzionano?

Molti programmi di fisioterapia utilizzano strisce colorate, segnali visivi o riferimenti spaziali.

A prima vista potrebbe sembrare un trucco banale.

In realtà dietro questa strategia esistono solide basi neuroscientifiche.

La linea sul pavimento fornisce al cervello un obiettivo concreto.

L’attenzione si sposta dal problema (“non riesco a camminare”) all’obiettivo (“devo raggiungere quella linea”).

In questo modo vengono attivati circuiti alternativi che possono compensare temporaneamente le difficoltà dei gangli della base.

Lo stesso principio vale per i metronomi, la musica ritmica e i segnali vocali.

L’ansia può peggiorare il freezing

Molte persone osservano che il freezing aumenta nei momenti di stress.

Non è una coincidenza.

Quando siamo ansiosi, il sistema nervoso entra in uno stato di maggiore allerta.

L’attenzione si restringe.

I movimenti diventano meno fluidi.

Le risorse cognitive disponibili diminuiscono.

Per una persona che già deve investire molta attenzione nel camminare, questo può rappresentare un ulteriore ostacolo.

È uno dei motivi per cui tecniche di respirazione, rilassamento, Qi Gong e movimento consapevole possono rappresentare un valido complemento alla fisioterapia.

Non eliminano il freezing, ma possono migliorare il contesto neurofisiologico in cui il movimento avviene.

Cosa può fare la fisioterapia?

La fisioterapia moderna non si limita a rinforzare i muscoli.

Lavora soprattutto sulla capacità del cervello di utilizzare strategie più efficaci.

Tra gli interventi più utilizzati troviamo:

  • allenamento con segnali visivi;
  • allenamento con segnali acustici;
  • esercizi di orientamento spaziale;
  • strategie per superare le porte e i passaggi stretti;
  • allenamento dei cambi di direzione;
  • esercizi di doppio compito;
  • attività ritmiche come danza, Tai Chi e Qi Gong.

L’obiettivo non è soltanto migliorare il movimento.

È fornire alla persona strumenti pratici da utilizzare nella vita quotidiana.

Il freezing ci insegna qualcosa sul cervello umano

Il freezing non riguarda soltanto il Parkinson.

Ci mostra quanto il movimento umano sia complesso.

Camminare non significa semplicemente contrarre dei muscoli.

Significa orientarsi nello spazio.

Prevedere.

Adattarsi.

Scegliere una direzione.

Costruire continuamente una mappa del mondo che ci circonda.

Quando uno di questi meccanismi si inceppa, ci accorgiamo di quanto fosse straordinario ciò che davamo per scontato.

Ogni passo che compiamo è il risultato di un dialogo continuo tra cervello, corpo e ambiente.

E comprendere questo dialogo è uno dei modi più efficaci per aiutare le persone che convivono con il Parkinson.


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